Chi si interessa di fast and slow fashion, e di sostenibilità della moda, ha sentito nominare per almeno una volta la tragedia del Rana Plaza. Si tratta dell’evento più grave mai accaduto nel mondo della moda, che ha messo sotto accusa tantissimi produttori tessili e brand di abbigliamento.

Il 24 aprile è l’anniversario della tragedia del Rana Plaza. Vogliamo ricordare questo momento tragico, per cercare insieme un modo di cambiare la condizione di questo settore e dei suoi lavoratori.

Le premesse della tragedia del Rana Plaza

Siamo a Savar, un sobborgo urbano di Dacca, in Bangladesh.

L’edificio contiene numerose attività commerciali: uffici, una banca, molti appartamenti e alcune fabbriche tessili. In queste fabbriche lavoravano non meno di 5.000 dipendenti. Alcuni dei marchi che utilizzavano i prodotti tessuti dalle fabbriche sono:

  • Benetton;
  • Camaïeu;
  • Cato Fashions;
  • Joe Fresh;
  • Mango;
  • Primark;
  • Sons and Daughters (Kids for Fashion);
  • Walmart.

Sono due i gravissimi problemi di sicurezza che le autorità hanno riscontrato. Per prima cosa, gli ultimi piani dell’edificio (dove erano situate le fabbriche) sono stati costruiti in modo illecito. Inoltre, lo stabile non era stato progettato per ospitare imprese e fabbriche, responsabili di vibrazioni pericolose dovute all’uso dei macchinari pesanti, ma solo uffici e abitazioni.

I dipendenti della banca e gli abitanti degli appartamenti avevano notato alcune crepe sui muri. Fatta denuncia, le autorità avevano chiesto di evacuare lo stabile e interrompere tutte le attività. Se gli abitanti e i dipendenti furono effettivamente allontanati, i 5.000 lavoratori del tessile furono invece costretti, il giorno dopo, a recarsi al lavoro.

Alle 8:45 del 24 aprile 2013, il Rana Plaza collassa e crolla su se stesso, seppellendo i lavoratori e i macchinari sotto le macerie.

I morti sono 1129, i feriti più di 2.500. Il governo bengalese rifiuta l’aiuto delle Nazioni Unite, che hanno proposto di inviare uomini, cani da ricerca e strumenti per il salvataggio. Servono circa 15 giorni per estrarre tutti i corpi dalla struttura.

La reazione dopo il crollo del Rana Plaza

La reazione dei politici bengalesi (e di tutto il mondo) e dei lavoratori di Dacca non si è fatta attendere.

I lavoratori bengalesi dopo il Rana Plaza

Il 1 maggio, Festa dei Lavoratori, migliaia di operatori del tessile scesero in piazza e iniziarono violente proteste. Gli scioperi e le manifestazioni dei lavoratori, dei sindacati e dei familiari delle vittime andarono avanti per giorni, prima di essere soppresse dalle autorità, che aprirono il fuoco sui cortei.

Le denunce dei lavoratori erano chiare:

  1. i brand di abbigliamento più famosi usavano manodopera sottopagata;
  2. molti degli operatori erano donne, anche incinte, bambini e adolescenti;
  3. le strutture di lavoro erano insicure, fatiscenti, e i protocolli non nominavano i minimi apparati di sicurezza;
  4. la continua richiesta di sempre più capi e sempre più prodotti portava i lavoratori a turni di lavoro massacranti e incidenti.

Il proprietario del Rana Plaza, Sohel Rana, era giudicato il principale responsabile della tragedia. La folla inferocita chiese per lui la pena di morte.

La reazione internazionale al Rana Plaza

Furono moltissimi i personaggi e i politici di spicco internazionali che denunciarono le condizioni in cui i lavoratori bengalesi erano costretti. Tra tutti, Papa Francesco parlò apertamente di schiavitù, i politici inglesi Clegg e Connarty presentarono proposte in Parlamento. Il commissario europeo del commercio minacciò il Bangladesh di sanzioni internazionali. L’associazione Human Rights Watch denunciò che gli incidenti mortali nel paese erano stati centinaia in meno di 10 anni.

L’indignazione e la protesta si allargò a tutto il mondo. A Londra e New York gli attivisti occuparono negozi Primark per boicottare l’azienda, reputandola tanto responsabile quanto Sohel Rana.

Le aziende di moda rifiutano gli accordi di sicurezza

Moltissime aziende, come Walmart, rifiutarono di firmare accordi internazionali per la sicurezza dei lavoratori. Il basso costo della manodopera era necessario a produrre sempre più capi, in brevissimo tempo, e a tenere alti i profitti delle società.

Molte altre aziende cercarono di fare manovre di greenwashing o di responsabilitywashing, sostenendo di aver aumentato i salari dei lavoratori e di aver migliorato le condizioni di lavoro nelle loro fabbriche terziste.

Fast fashion e sfruttamento: un rapporto che non potrà cambiare

La fast fashion è un approccio consumistico alla moda. Richiede:

  • costi di produzione bassissimi, per contenere il prezzo dei prodotti finiti;
  • continue produzioni di nuovi articoli, che spingano i consumatori ad acquistare in modo acritico e non ragionato;
  • uso di materiali di bassa qualità o di procedure inquinanti.

Aggirare le normative di salvaguardia ambientale o di sicurezza sul lavoro in Occidente non è facile. Le leggi sono troppo stringenti.

Farlo in paesi del Terzo Mondo, poveri e dove la popolazione vive con pochi dollari al giorno, è decisamente più semplice.

Per questo la maggioranza delle multinazionali della moda e dell’abbigliamento producono i propri articoli in Cina, Bangladesh, Vietnam, Thailandia, Laos.

Di fast fashion e della tragedia del Rana Plaza hanno parlato molti documentari: ne trovi 8 qui, davvero interessanti e sconvolgenti.

L’unica via della sostenibilità della moda è la slow fashion

Il contrario di fast fashion (“moda veloce”) è slow fashion, “moda lenta”. Si tratta di un approccio molto meno consumistico, e che valorizza:

  • il lavoro degli operatori, con condizioni di sicurezza e salari adeguati;
  • l’uso di materie prime pregiate e durevoli;
  • la diminuzione del numero di capi e collezioni;
  • la sostenibilità ambientale dei processi di produzione.

Molti brand artigiani e sostenibili hanno avviato produzioni slow fashion. Ma il modo più economico e conveniente di accedere a questo universo di etica è l’acquisto di abiti usati, o, per gli esperti, la creazione a mano dei propri vestiti.