Sapevi che il mese di gennaio è internazionalmente riconosciuto come il mese di avvicinamento alla dieta vegana? 

Si chiama Veganuary: chi non è vegano è invitato ad approcciarsi gradualmente a questa filosofia alimentare, inserendo nei propri menù quotidiani almeno un pasto privo di prodotti animali. 

Ovviamente l’idea di fondo non si ferma qui: l’idea è di partire dalla dieta per poi passare a tutti gli altri ambiti della vita di ogni giorno, per esempio rinunciando a cosmetici contenenti miele o siero di ape, o agli abiti e agli accessori in pelle animale.

Dietro l’alimentazione vegana ci sono molti controsensi, che solamente un occhio attento e allenato può comprendere. Cerchiamo di comprendere insieme quale sia il vero prezzo del cibo vegano, sotto gli aspetti economici, ambientali e sostenibilità che gli orbitano attorno.

Sostenibilità economica: quanto costa il cibo vegano?

Iniziamo da un argomento spinoso: il prezzo del cibo vegano, inteso come costo monetario al momento dell’acquisto.

Mettiamo a confronto il prezzo al litro di diversi tipi di latte.

  • Soia: tra 1,59 euro e 2,06 euro circa
  • Riso: intorno a 2,07 euro
  • Mandorla: circa 2,36 euro
  • Avena: tra 2,50 euro e 2,70 euro
  • Vaccino: tra 1,1 euro e 1,9 euro

Solamente da questi primi dati è facilmente notabile come tutto il latte vegetale sia mediamente più costoso del latte vaccino.

Chi fa una scelta di vita vegetariana o vegana probabilmente non lo fa per risparmiare denaro, ma con la convinzione di essere d’aiuto al pianeta e di salvaguardare biodiversità e dignità degli animali.

E in effetti questo è vero: nessuno può affermare che un prodotto di origine animale sia più sostenibile, ambientalmente, di uno di origine vegetale.

Eppure il prezzo del cibo vegano è spesso elevato, più elevato del corrispettivo non vegano. Da questo, emergono altri nervi scoperti.

Chi può permettersi di vivere vegano?

Con costi più elevati al momento dell’acquisto, la scelta di alimentazione vegana sembra ancora essere un privilegio economico, riservato a chi ha più ampie disponibilità.

Come si può pensare che un sempre maggior numero di persone faranno questa scelta alimentare, se non si pone pressione sulle aziende perché riducano il costo dei prodotti e li rendano più accessibili per tutti?

Tutti sappiamo che una vera rivoluzione sarà possibile solamente quando un certo stile di vita sarà adottato dalla maggioranza della popolazione: ovviamente, speriamo che questo accada il più rapidamente possibile.

Ma per diventare parte del cambiamento è necessario che le regole collettive cambino, e si possano adattare alle esigenze più diverse, includendo anche chi non ha ampi budget per la propria spesa. 

Ridurre il prezzo del cibo vegano: autoproduzione e pressione sulle aziende

Per ridurre il prezzo del cibo vegano è necessario avvicinarsi, per quanto possibile, a due scelte: l’autoproduzione e la pressione sulle aziende. 

Con l’autoproduzione è possibile limitare i costi: l’acquisto di mandorle non salate sfuse è decisamente più conveniente dell’acquisto di latte già pronto. Da soli, a casa, è possibile produrre un ottimo latte di mandorle fresco: la procedura è divertente e piuttosto facile. 

Di contro, però, bisogna considerare la disponibilità di tempo. Non tutte le famiglie hanno tempo a sufficienza per cucinare da zero ogni singolo alimento e pasto, e spesso la scelta di prodotti già pronti è quasi obbligata. 

Per venire incontro anche a queste esigenze e necessità è necessario porre pressione sulle aziende. L’obiettivo è far ridurre il prezzo del cibo vegano già all’origine, in modo che il momento dell’acquisto sia meno gravoso per i consumatori. 

Sostenibilità ambientale: il prezzo del cibo vegano dal punto di vista della salvaguardia della natura

Siamo tutti abituati a sapere e a pensare che un’alimentazione vegetariana o vegana sia più sostenibile dal punto di vista ambientale di una onnivora. 

Questo è ovviamente vero: mediamente, per produrre un chilo di carne rossa sono necessari tra i 25.000 e i 100.000 litri d’acqua. Solamente 500 ne servono invece per produrre un chilo di patate, e 1900 per un chilo di riso. 

In breve, è possibile affermare che la water footprint degli alimenti di origine vegetale è molto meno gravosa per l’ambiente di quella degli alimenti animali. 

Ma questo è altrettanto vero per tutte le coltivazioni vegetali? Purtroppo, no. Alcune di esse sono estremamente inquinanti e sfruttano tantissime risorse naturali, come suolo e acqua, e producono grandi quantità di anidride carbonica, la principale responsabile dell’inquinamento ambientale. Facciamo qualche esempio, prendendo a modello lo sfruttamento ambientale necessario per produrre 200 ml di vari tipi di latte vegetale. 

Le emissioni in chili di CO2 sono pari a: 

  • 0,25: latte di riso
  • 0,20: latte di soia
  • 0,18: latte di avena
  • 0,16: latte di mandorla

Per la coltivazione si sfruttano terreni di metratura pari a: 

  • 0,1 m/q: latte di riso
  • 0,3 m/q: latte di soia
  • 0,4: latte di avena
  • 0,1: latte di mandorle

Il consumo di acqua necessario è invece pari a: 

  • 60 litri: latte di riso
  • 10 litri: latte di soia
  • 20 litri: latte di avena
  • 80 litri: latte di mandorle

Di certo tutti questi dati sono molto più bassi di quelli riscontrati per la produzione di latte vaccino. Ma il latte di mandorle, per esempio, consuma enormi quantità acqua per venire prodotto rispetto a quello di soia o di avena. 

Questo non significa che il latte di mandorla non va più acquistato: semplicemente, è bene essere consapevoli degli effetti che ha sull’ambiente la sua produzione, e valutare nel complesso quale sia il reale prezzo del cibo vegano, non solo dal punto di vista economico.

Il case study dell’avocado

Sono non meno di 10 anni che in tutto il mondo è scoppiata la moda dell’avocado. Usato in snack e preparazioni dolci e salate è un frutto di origine sudamericana dolce, morbido, ricco di grassi buoni. Gradualmente è diventato un sostitutivo vegetale nella preparazione di alcune salse, per esempio al posto delle uova. 

Eppure, dietro la sua produzione ci sono enormi problemi di sostenibilità ambientale. La produzione di avocado in Messico è triplicata in 10 anni, tra il 2001 e il 2010. Oltre 690 ettari all’anno di foresta vergine sono stati abbattuti in tutto il Sud America per far posto alle monocolture: Cile e Perù sono i paesi che più hanno sofferto della deforestazione per far posto all’avocadomania. Per produrre solamente 2 o 3 avocado pronti per la vendita servono oltre 270 litri d’acqua: una mela ne richiede 70, una lattuga 20. Per poter produrre gli avocado la fornitura di acqua potabile viene tolta ai cittadini e convogliata ai campi. Da ultimo, per portare gli avocado in tutto il mondo serve percorrere non meno di 10.000 chilometri per ogni carico: è difficile calcolare quanto petrolio serva per far muovere questa massa di prodotto, incidendo sulla qualità dell’aria e sull’effetto serra. 

E quello dell’avocado è solamente il caso più celebre e criticato di cibo vegetale che diventa estremamente inquinante (e costoso, perché il prezzo di questo cibo vegano e vegetale è estremamente proibitivo in Occidente): in realtà, ce ne sono molti altri, come quello della frutta secca e dell’olio di palma. 

Sostenibilità umana: quante persone possono mangiare con un ettaro di terreno? 

L’ultimo aspetto del vero costo del cibo vegano che vogliamo affrontare è quello della sostenibilità umana e sociale. Per fortuna, almeno in questo il cibo di origine vegetale esce campione di tutta la linea. E’ stimato che, per ogni ettaro di terreno coltivato, si possano sfamare: 

  • 22 persone con le patate
  • 19 persone con il riso
  • 17 persone con il mais
  • 15 persone con il grano

Solamente due potranno invece essere sfamate, a parità di uso di terreno, con latticini, pollame, uova o carne rossa. 

In aree del mondo dove la scarsità di terreno coltivabile e di acqua potabile sono problemi opprimenti, la scelta di alimentarsi con cibo vegetale può fare la differenza tra la sopravvivenza e la morte. 

Ma anche in questo caso è necessario mettere pressione sulle aziende perché riducano il costo degli alimenti e il consumo di risorse naturali: senza questo impegno, gli sforzi di singoli individui saranno vanificati. 

Alla ricerca di un compromesso

Come abbiamo visto esistono molti fattori di cui tenere conto nel preferire un certo alimento vegetale su un altro. Con questa analisi non vogliamo suggerire che l’alimentazione vegana non sia sostenibile: di certo lo è molto più di quella onnivora! 

Ma nessuna scelta è pienamente ad impatto zero. Può esserlo più sotto un aspetto, come il consumo di suolo, e meno sotto un altro, come il consumo di acqua, e così via. Il reale prezzo del cibo vegano lo fa un insieme di fattori, e non solamente uno dei capisaldi della sostenibilità isolato dal proprio contesto. 

Che fare, dunque, in un mondo globalizzato e in corsa per la ricchezza? L’unica alternativa è cercare un compromesso. Nessuno di noi, nel mondo del XXI secolo, può vivere in modo totalmente e completamente ecologico o sostenibile. Possiamo fare dei tentativi, e sforzarci di trovare qualche alternativa meno inquinante. Quello che conta realmente non è essere sostenibili in modo perfetto e in ogni ambito, ma iniziare da alcune azioni che possono fare la differenza.